All'Acquacheta trent'anni dopo
Dopo aver pubblicato il post sugli Zappatori senza padone ho conosciuto Marco Bucciarelli (autore del libro “Dagli Appennini a Piazza Naona – Da Piazza Navona agli Appennini”), con cui condivido corrispondenza e un Progetto MemoriaAlcuni giorni fa mi ha spedito la cronaca del ritorno
all' Acquacheta, trent' anni dopo
Al Passo del Muraglione imperversa un vento freddo, domenica 20 luglio 2008, un vento che m' infila di continuo i capelli in bocca e negli occhi. È il modo un po' irruento in cui il vento mi dà il buongiorno; è il suo modo di proteggermi dagl' insetti, dal sudore e da altre molestie, ed io lo apprezzo. Amo il vento piú del mare, piú del sole, piú di altri fenomeni meteorologici, e rimango un bel po' lí in piedi come uno spaventapasseri, in mezzo alla strada troppo trafficata nella domenica mattina estiva, con capelli e camicia svolazzanti, rimango fisicamente immobile fra le due corsie della strada, ma i pensieri mi corrono in qua e in là, e nemmeno il vento riesce a tener dietro al pensiero.
Guardo il muro eponimo (quello da cui trae origine il nome del Passo del Muraglione), a proposito del quale in Toscana si racconta che venne costruito soltanto contro il vento, e mi vengono in mente gli Psilli, quel popolo nordafricano che (a quanto riferisce Erodoto) si estinse perché dichiarò guerra al vento e la perse: rimasero tutti sepolti sotto una bufera di sabbia. Penso anche ad un altro popolo sahariano, questo ancora esistente, i Tubu, che definiscono se stessi «figli del vento». E come potrei, in piedi di fronte al Muraglione toscano, non pensare al Muro di Berlino, a ridosso del quale ho vissuto tanti anni? E pensando a Berlino, oggi che è il venti luglio, mi viene in mente che in Germania è festa nazionale, è il sessantaquattresimo anniversario dell' unico attentato (fallito) ad Hitler... Ci mancava soltanto questa associazione d' idee!
Mi scuoto. Al Passo del Muraglione c' è scritto che l' Acquacheta è raggiungibile a piedi in tre ore e mezza. Grazie al vento freddo, e nonostante che mi sia caricato di fardelli come un mulo, dopo due ore e mezza sono già ai Romiti. Qui l' Acquacheta, avanti di gettarsi giú a capofitto nel burrone, ha modellato nel corso delle ère geologiche un piccolo grande pianoro, incastonato fra monti che lo riparano dal vento: lo trovo pieno di turisti distesi su asciugamani, sembra di essere in spiaggia. Facendo attenzione a non calpestare nessuno, passo oltre e mi dirigo verso il Briganzone.
Il primo luglio scorso, in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo, ero tornato ai Romiti per la prima volta dopo trent' anni. Non era domenica; non avevo incontrato che una persona o due; mi ero spogliato e mi ero lavato nell' Acquacheta; ero rimasto un giorno e due notti nelle sue foreste, per la prima volta nelle sue foreste dopo trent' anni! E durante le tre settimane successive non ho fatto altro che pensarci.
Sapevo che la mia contrada, l' Istrice, avrebbe vinto, ma non sono andato nemmeno al Palio. Sentivo il richiamo della foresta, piú di quello della piazza: almeno in questo, sono piú vicino all' Istrice io degli altri istriciaioli... In fondo, sono un istrice io stesso: silenzioso, schivo, scontroso, e il mio motto potrebbe essere proprio quello ufficiale della Contrada dell' Istrice: «sol per difesa io pungo».
E dunque il venti luglio ho ceduto di nuovo al richiamo della foresta e son tornato all' Acquacheta. Con una decina di mele, sei o sette fruste di pane integrale (le baguettes a Siena si chiamano fruste), saccappelo, quattro libriccini leggeri (poesia medievale, in quattro vecchie lingue ormai cadute in disuso): insomma con l' indispensabile per sopravvivere tre o quattro giorni. Son tornato all' Acquacheta nonostante alla radio abbiano previsto temporali in Appennino (da anni ho abolito la televisione, la lavatrice, il telefono e la cottura del cibo, ma ho ancora la radio). Stavolta, tuttavia, è domenica e sembra che tutto il mondo si accalchi intorno alle cascate; ecco perché, a differenza di tre settimane avanti, stavolta non mi rinfresco nel fiume, non sosto affatto, mi lascio súbito alle spalle la bolgia dei turisti e mi dirigo verso il Monte Làvane, che dall' alto dei suoi 1241 metri domina l' Acquacheta da settentrione.
Con tutti i miei fardelli addosso, faccio fatica ad arrivare al podere Briganzone e lo trovo in condizioni molto peggiori di trent' anni fa: praticamente non c' è piú nemmeno un vano il cui tetto non sia crollato. In compenso merda di mucca dappertutto, e le mucche stesse si aggirano come spettri fra le macerie. Sono le mucche brade introdotte dal demanio; tre settimane fa erano ai Romiti, oggi evidentemente i turisti han fatto scappare anche loro...
«Ah, ma davvero?» mi contraddicono a muggiti: «Cosí, noi saremmo fantasmi che si aggirano fra le macerie, eh? Senti chi parla! E te? Ma non ti vedi, te?»
Hanno ragione. Vago inciampando fra le macerie, lo sguardo fisso da sonnambulo, come un fantasma. Núgoli di ricordi mi svolazzano, scuri pipistrelli, nella caverna del cranio.
«Ma vàttene al Briganzone!» si diceva trent' anni fa a Pian Barúccioli e a Trafossi quando si voleva mandare qualcuno al diavolo o a quel paese. Il Briganzone appariva ai nostri occhi come un posto irraggiungibile, piú sperduto ancora di quelli dove abitavamo noi, un posto maledetto, il cui stesso nome sembrava definirlo un covo di briganti. Eppure mezzo secolo fa, o poco piú, era un podere e una civile abitazione. In tempo di guerra, Yurij vi era stato mandato al confino o in prigionia, e vi era poi rimasto spontaneamente. E chissà quanta gente ci viveva, poiché da qualcuno Yurij doveva pur averla appresa, quella parlata toscanaccia che piú tardi lo distingueva dai romagnoli a San Benedetto in Alpe, dove si era trasferito ed era diventato il becchino del paese... I funerali erano rari a San Benedetto, e lui se ne consolava con il vino. Fra un bicchiere e l' altro bestemmiava e s' intratteneva volentieri con tutti, ma soprattutto con chi parlava come lui, cioè con i toscani. Un giorno di ventinove anni fa io partii dall' Acquacheta per andare a Firenze alla visita di leva (esisteva ancora la coscrizione obbligatoria). Credo che fosse già marzo, ma sulle montagne c' era ancora la neve. Yurij mi venne dietro finché non salii sulla corriera a San Benedetto; a giudicare dal commiato che mi dava, si sarebbe detto che partissi per le lontane Americhe come Geppetto. Mentre mi accompagnava alla corriera, ogni poco mi toccava il braccio e mi chiedeva di mandargli una cartolina da Firenze, me lo chiedeva col tono di chiedere un favore importantissimo, quasi con le lacrime agli occhi:
«Anche senza francobollo... Pago io la tassa...» disse, e aggiunse: «Basta indirizzare a Yurij, non c' è bisogno né di cognome né d' indirizzo!»
Mentre già la corriera partiva con me dentro, Yurij da terra gridò ancora una volta:
«Mi raccomando la cartolina!»
Naturalmente comprai la piú bella cartolina illustrata che trovai a Firenze e, col senno di poi, avrei fatto meglio a comprare anche un francobollo; ma lui aveva detto che gli arrivavano anche senza, dunque gliela spedii senza, indirizzando a Yurij, San Benedetto in Alpe. Quando lo rividi, due o tre settimane piú tardi, gli chiesi se gli fosse arrivata, ma per tutta risposta Yurij abbozzò il gesto permaloso di chi è stato profondamente, ingiustamente ferito da un' offesa imperdonabile; e da allora non mi parlò mai piú.
Tutto questo mi torna in mente ora, ventinove anni piú tardi, guardando i ruderi del Briganzone, dove Yurij aveva vissuto e preso quell' accento toscano che poi non perse mai.
Sebbene i tetti del Briganzone siano ormai piú un pericolo che un riparo, non voglio allontanarmene troppo per l' eventualità di un temporale. I pochi prati all' altitudine del Briganzone, tuttavia, sono occupati dalle mucche. Decido di continuare il sentiero che sale al Monte Làvane finché non troverò un pratino su cui trascorrere la sera e la notte, in modo da dover scendere e non salire al Briganzone in caso di temporale. Rimango seduto un' ora o due sul primo spiazzo erboso che scelgo, ma è troppo scosceso per passarvi la notte. Salgo ancora, fino a trovare una radura un po' piú piana, e vi distendo il saccappelo. Alla mia destra, in basso, i ruderi del Briganzone e le macchioline bianche delle mucche nel verde. Alla mia sinistra, in alto, la vetta boschiva del Monte Làvane. Tutto intorno creste montane piú basse coperte di foreste, con qualche sprazzo prativo di verde piú chiaro.
Fino al tramonto il cielo rimane sereno, ma al crepuscolo cominciano ad arrivare nuvole da occidente, da dove il vento imperversa tutta la notte spingendo verso levante nubi dense che fuggono all' impazzata, senza tuttavia che il cielo torni sereno, perché la mandria delle nubi in fuga non finisce mai, anzi s' infittisce, è un branco senza fine, quello in fuga precipitosa verso levante, una coltre spessa che quasi mai nel corso della notte lascia intravedere la luna poco piú che piena. Accanto a me ho un lampioncino portatile ad energia solare, ma un grosso riccio viene a raschiarcisi rumorosamente ed insistentemente contro: è una protesta eloquente. «Hai ragione», gli dico; e spengo il lampioncino.
Il vento, e con esso la fuga precipitosa delle nuvole, cessa all' alba, e d' improvviso tutto è intriso d' umidità (ecco il piú grande mèrito del vento: contrastare l' umidità!), che si condensa in una pioggerella fina come nebbia, sotto una coltre di cielo grigio. Io mi ero aspettato un temporale, violento ma breve, e invece mi ritrovo una pioggerella all' inglese, che può durare per giorni interi. Decido di non proseguire il mio cammino verso il culmine del Monte Làvane, ormai reso invisibile dalla coltre umida che l' avvolge. Appendo ai rami di un albero il saccappelo e le scorte alimentari: tornerò con la canicola, la settimana o il mese prossimo.
Scendo al Briganzone, alla cui fonte prendo acqua da bere, e giú fino ai Romiti, dove non c' è piú nessuno (ormai è lunedí mattina). Prima di guadare l' Acquacheta e iniziare la lunga salita fino al Passo del Muraglione (per la quale impiegherò poi quasi quattro ore), decido però di andare a rivedere Pian Barúccioli, dove arrivai quasi trent' anni fa, nel dicembre 1978, quando la comune, la famosa comune degli «zappatori senza padrone», era stata fondata da appena un anno e mezzo. Ci vuole meno di mezz' ora di cammino, dai Romiti a Pian Barúccioli, e dunque si può fare anche sotto la pioggerella, che del resto si rivela circoscritta al versante toscano dell' Acquacheta.
È ancora abbastanza presto, Pian Barúccioli è avvolta nel silenzio quando vi arrivo. Ma le case sono evidentemente abitate, dunque mi siedo fuori in attesa che appaia qualcuno. Rispetto il silenzio, e intanto guardo e confronto ciò che vedo con le immagini che mi porto dentro: quello che vedo con gli occhi mi pare un piccolissimo, insignificante agglomerato di case, non paragonabile con la mitica Pian Barúccioli che raggiunsi dopo una marcia lunghissima e difficile nella neve alta. Non avevamo nemmeno vetri alle finestre, a quei tempi, mentre ora qualcuno ne vedo (solo qualcuno), e addirittura vasi di fiori alle finestre e pannelli fotovoltaici...
Intanto qualcuno si affaccia e mi guarda con aria interrogativa. Mi scuso dell' intrusione ma, spiego, volevo rivedere i posti dove vivevo trent' anni fa.
L' aria interrogativa del suo sguardo si trasforma immediatamente in interesse e curiosità. Scende, viene fuori.
A me intanto torna in mente un verso letto in uno dei quattro libriccini medievali: Ih wallota sumaro enti wintro sehstic ur lante... Sessanta fra estati e inverni vagai lontano... Insomma ci mise trent' anni, anche Teodorico, per far ritorno in Romagna.
Chi esce di casa è un ragazzo giovane che, a quanto pare, trent' anni non ce li ha nemmeno. Parla con leggera cadenza romagnola (peccato soltanto leggera), dice di chiamarsi Penna (ne gioisco, perché è segno che a Pian Barúccioli si usano ancora nomi vagamente pellerossa) e vuol sapere come mi chiami io o come mi chiamassi trent' anni fa. Saputolo, dice di aver letto il mio nome in qualche libro, e si mette a chiamare Gerri a gran voce. Questa è stata forse la gioia piú grande della mia breve visita a Pian Barúccioli: Gerri esiste ancora! È l' unico dei comunardi della prima ora che ritrovo, ed è importante che proprio lui sia rimasto, perché fu tra i primi, se non il primo in assoluto, ad arrivare qui nel 1977, tanto è vero che gli abitanti di tutti i paesi della montagna romagnola parlavano di noi come dei «seguaci di Gerri della Rocca», ed era inutile spiegargli che non eravamo seguaci proprio di nessuno.
Gerri ci mette un bel po' a uscire di casa, ma la calma è sempre stata uno degli aspetti piú belli del suo carattere. Anzi, ora scorgo nei suoi occhi una pace piú completa, piú distesa di quella che aveva un tempo. Esteriormente è meno in carne di trent' anni fa, è piú smunto, e i suoi capelli han perso un po' del nero che avevano, ma sono ancora lunghi uguale. Entriamo nella nuova cucina che han ricavato da uno dei due fienili (la cucina di un tempo è oggi un rudere), mi fanno vedere le innovazioni tecniche (l' elettricità fotovoltaica, l' acqua che arriva in casa senza piú dover andare a prenderla alla fonte), mi dicono che ora esiste addirittura una strada e un posteggio a quattrocento metri da Pian Barúccioli. Su quest' ultimo punto io, camminatore alla Jack London, storgo molto la bocca. Chiedo notizie di questo o quel compagno d' un tempo: due o tre son morti, della stragrande maggioranza s' è persa ogni traccia, sui restanti ricevo qualche informazione; ne fornisco a mia volta sulla mia vita, e soprattutto rièvoco... Ti ricordi...? Gerri ricorda per filo e per segno tutto di tutti, molto meglio di me — eppure ne ha vista arrivare e partire tanta di gente in trent' anni! La prima cosa che mi chiede è perché non gli ho portato «un bel brunello di Montalcino, ché te sei di quelle parti, no?» — Non ha dimenticato nemmeno di dove sono!
Salendo a Pian Barúccioli dai Romiti ho cercato invano la fonte alla quale ci abbeveravamo...
«Ah quella?» dice Gerri, «è da mo' che è seccata! Nemmeno una goccia, nemmeno d' inverno!»
Andavamo a prendere l' acqua laggiú, la portavamo a casa con le taniche, in salita... Ti ricordi il sistema che Marisa aveva inventato per farci il bagno? Ci faceva entrare a turno nella tinozza, ci versava l' acqua in capo, ci lavava i capelli...
Quando nomino Marisa, la sua Marisa, Gerri s' infervora:
«Lo sai cosa fa adesso la Marisa? Fa la cuoca dai monaci e ascolta Radio Maria a tutto volume!»
Oddío! Questo mi sembra il destino peggiore: peggio di quello di chi è morto o di chi è scomparso senza lasciare tracce.
Parliamo per due o tre ore di tante cose (che il tacere è bello, direbbe Dante, sí com' era il parlar colà dov' era), poi mi sento un po' d' intralcio e mi rimetto in cammino verso i Romiti.
«Ma a Trafossi non ci vai?» si stupisce una ragazza, giovane anche lei come Penna e anche lei con leggera, anzi purtroppo soltanto leggerissima cadenza romagnola. Sa che nel 1979 fui tra i fondatori di Trafossi, la seconda comune dell' Acquacheta, anch' essa ancora esistente ma senza piú nessuno della prima ora.
Se ora vado anche a Trafossi, come faccio poi ad arrivare a piedi al Passo del Muraglione? Ecco perché m' incammino verso i Romiti e non verso Trafossi.
Ma ho appeso il saccappelo a un albero fra il Briganzone e il Monte Làvane, dunque prossimamente tornerò fra queste foreste e andrò a rivedere anche Trafossi, la «mia» Trafossi.


10/19,2008, at 20:10
Visit goa
ottimo blog me lo leggerò per bene
10/11,2008, at 05:13
Visit silvio.mini
Per la tua prossima tappa, puoi mettere in agenda tanti altri luoghi. Puoi salire fino ai Gemelli e fermarti a Pian delle Tavole oppure puoi seguire il crinale opposto a quello del Monte Lavane e fare visita alla famiglia della Greta.
E se altre nubi dovessero rendere troppo umido il tuo pernotto a monte del Briganzone, continua a salire. Poco dopo la cima del Lavane puoi trovare riparo dentro la capanna del partigiano.
Buon ritorno all'Acquacheta!