Dietro ogni scemo c'è un villaggio
In questi ultimi tempi ci hanno contattato due persone, lo hanno fatto per chiederci se potevamo aiutarle fornendo loro indicazioni su “comunità” che potessero ospitarli. Entrambe queste persone ci hanno raccontato del loro momento di disagio, e del loro bisogno di trovare un luogo collettivo che potesse accoglierli per un lungo periodo.
Traspariva, dai loro racconti e dalle parole scritte, quella che definiamo “sofferenza della psiche”.
Da molti anni, nella nostra tribù allargata siamo spesso a contatto con persone che hanno problemi psicologici o di alcolismo, tossicodipendenza, HIV ecc. e questo ci ha quasi obbligato ha conoscere e studiare le varie “discipline” dell’anti – psichiatria (da F. Basaglia a G.Bucalo) o delle medicine alternative e complementari fino alla Nuova Medicina di Rike Geerd Hammer.
Purtroppo questo non è servito a molto, perchè a queste due persone non sappiamo assolutamente cosa rispondere. I pochi luoghi collettivi che praticano l’ospitalità aperta e di scambio reciproco sono molto fragili, e l’ingresso di nuove persone con evidenti problemi manderebbe in pezzi gli equilibri già precari, mentre i restanti luoghi sono o a carattere politico/ideologico o spirituale o di ospitalità agrituristica. Con la frase “dietro ogni scemo c’è un villaggio” Bucalo intendeva dire che ogni collettività produce il suo “disagio” e questo “disagio” dovrebbe essere curato, accudito dalla stessa comunità che lo ha prodotto. La scomparsa del rapporto comunitario e quindi dei vincoli solidali ha lasciato scoperte e indifese le persone più deboli e neanche le troppo spesso sopravvalutate comunità alternative sono in grado di affrontare la devianza e la malattia al loro interno, meno ancora ad accogliere devianza e malattia nomade.
Non abbiamo potuto indicare nessun luogo, e per quanto possiamo ragionare sulle giuste motivazioni, sui tempi infami, sui problemi quotidiani, sulla scarsità di mezzi ed energie alla fine ci sentiamo un poco delle merde.

05/01,2008, at 07:47
Visit gika
Credo di non essere riuscita ad inserire il precedente commento. Ci riprovo (stravolgendo il tutto).
Lavorando con ragazzi delle scuole medie, etichettati come "disabili", spesso mi rendo conto che queste "oggettive e riscontrabili difficoltà" potrebbero essere superate o quanto meno rese risibili in contesti meno chiusi o più partecipati. Purtroppo le difficoltà e i preconcetti ormai radicati sembrano rendere impossibili altre percezioni più aperte e partecipate nella comunità di appartenenza. L'unica soluzione (per molti ancora, a partire dagli insegnanti) sembra essere quella della chiusura in luoghi specializzati ed "altamente qualificati", dimenticando completamente i concetti di partecipazione alla vita collettiva e di cittadinanza attiva.
E’ proprio questo “piccolo scrupolo”, derivato dalle esperienze quotidiane, che mi fa chiedere spesso “che cosa rimango a fare qui?” a dialogare con istituzioni cieche e sorde, interessate più ai contributi e alla burocrazia che alle storie delle persone..
Comprendo che l’inserimento (magari graduale e partecipato) in comunità aperte ma già costituite sia impossibile senza la collaborazione e la fiducia da parte delle famiglie e delle parti sociali che (magari da anni) si occupano di quel “determinato caso”.
Credo fermamente che sia la collettività a dover prendere parte ai processi decisionali che producano dei cambiamenti positivi, non improvvisi si intende, ma a partire dalle storie e dalle specificità di ognuno di noi, ri-costruendo giorno dopo giorno quel famoso “capitale sociale” di cui molto si parla ma di cui sembrano essersi perse le tracce..
05/01,2008, at 06:51
Visit gika
Ogni giorno, purtoppo, mi trovo a condividere con voi questa sensazione di impotenza. Lavorando con ragazzi delle scuole medie, etichettati come "disabili", spesso mi chiedo quale sarà il loro futuro, come essi saranno integrati o dis-integrati rispetto alla società di appartenenza. Purtroppo sembra che essi vadano incontro ad una realtà più o meno "istituzionalizzata" a seconda dei casi, ma pur sempre marginale o "speciale", molto spesso totalmente slegata rispetto al concetto di cittadinanza.
Probabilmente questo "piccolo scrupolo" mi allontana da una scelta radicale, che pervade il mio essere e che ogni giorno mi fa chiedere "che cosa rimango a fare qui?".
Mi rendo conto delle difficoltà oggettive ma spero vivamente che in futuro possano esistere delle comunità aperte a cui si possa riconoscere un contributo nella crescita del capitale sociale attraverso una partecipazione attiva della comunità locale.
Non credo comunque che l'effettiva difficoltà riguardi l'accogliere queste persone (magari gradualmente, a seconda delle esigenze) in "comunità" già costituite, quanto nella mancanza di fiducia e di rapporto reciproco tra i cittadini e le istituzioni preposte alla "salvaguardia dei diritti fondamentali dei cittadini"
05/01,2008, at 00:04
Visit Ivo Quartiroli
Nel 1980 Stan Grof con sua moglie avevano messo in piedi negli USA uno "Spiritual Emergency Network" per le persone in difficoltà che avrebbero potuto ricevere altrimenti solo psicofarmaci. Ma l'atmosfera degli anni '70 era già passata e malgrado i loro buoni propositi sono stati costretti a chiudere. In Italia sono stati fatti degli esperimenti ai tempi dell'antipsichiatria ma che io sappia non vi sono strutture aperte.