Cultura Convergente
Propongo un buon libro da leggere, su alcuni paradigmi fondamentali nello scenario dei nuovi media, invitandovi a leggere la:
PREFAZIONE A CULTURA CONVERGENTE DI
HENRY JENKINS
(Apogeo, Milano 2007)
di Wu Ming
Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe
come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di
comunicazione. Se non produrrà nemmeno uno scarto, significa che quel dibattere
è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata,
mortorio al cui confronto un poltergeist è il Carnevale di Rio.
Cultura
Convergente è un saggio rivoluzionario per molte ragioni. La prima
è un marchio di fabbrica anglo-sassone: l'essere comprensibile, appassionante,
farcito di prove ed esempi. Nel testo si fa spesso riferimento ad autori
europei, capaci di brillanti costruzioni teoriche, ma molto meno dotati nel
tradurle in un linguaggio immediato e in pratiche sociali osservabili. Come per
magia, nelle pagine di questo libro ogni oscurità concettuale si fa
cristallina.
Il secondo merito è che il professor Jenkins si immerge nella cultura popolare
del nostro tempo, fotografa in che modo le nuove tecnologie la stanno
cambiando, poi torna in superficie e ci mostra un reportage che in realtà non è
sui mezzi di comunicazione ma su coloro che li usano per comunicare. Nelle sue
foto ci siamo noi.
A questo proposito, occorre fare subito una precisazione importante.
In Italia per "cultura popolare" si intende di norma quella folk,
preindustriale o comunque sopravvissuta all'industrialismo. "Cultura
popolare" sono i cantores sardi o la tarantella.
Chi usa l'espressione in un contesto differente, di solito si riferisce a
quella che in inglese si chiama "popular culture". Qui da noi siamo
soliti definirla "cultura di massa", espressione che ha un omologo
anche in inglese ("mass culture"), ma Jenkins fa notare che il nome
ingenera un equivoco, e inoltre c'è una sfumatura di significato tra "mass
culture" e "popular culture".
L'equivoco è che la "cultura di massa" - veicolata dai mass media
(cinema, tv, discografia, fumetti) - non per forza dev'essere consumata da
grandi masse: rientra in quella definizione anche un disco rivolto a una
minoranza di ascoltatori, o un particolare genere di cinema apprezzato in una
nicchia underground. Oggi la stragrande maggioranza dei prodotti culturali non
è di
massa: viviamo in un mondo di infinite nicchie e sottogeneri. Il mainstream
generalista e "nazionalpopolare" è meno importante di quanto fosse un
tempo, e continuerà a ridimensionarsi.
La sfumatura di significato, invece, consiste in questo: cultura di
massa indica come viene trasmessa questa cultura, vale a dire
attraverso i mass media; cultura popolare pone l'accento su chi
la recepisce e se ne appropria. Di solito, quando si parla del posto che la
tale canzone o il tale film ha nella vita delle persone ("La senti? E' la
nostra canzone!"), o di come il tale libro o il tale fumetto ha
influenzato la sua epoca, si usa l'espressione "popular culture".
Il problema è che il dibattito italiano sulla cultura pop novanta volte su
cento riguarda la spazzatura che ci propina la televisione, come se il
"popular" fosse per forza quello, mentre esistono distinzioni
qualitative ed evoluzioni storiche, altrimenti dovremmo pensare che Sandokan,
Star
Trek, Lost,
il TG4 e La
pupa e il secchione sono tutti allo stesso livello, o che Springsteen, i REM, Frank Zappa e Shakira vanno tutti nello
stesso calderone, o che non esistono distinzioni tra i libri di Stephen King e quelli delle
barzellette su Totti,
dato che entrambi li ritrovi in classifica.
Ci sono due schieramenti l'un contro l'altro armati - e dalle cui schermaglie
dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il "popolare"
come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall'altra, quelli che
disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un'élite.
Sono due posizioni speculari, l'una sopravvive grazie all'altra. Le accomuna
l'idea che a fruire della cultura pop siano le masse mute dell'Auditel,
dei sondaggi di mercato, del botteghino.
La terza benedizione di questo libro è proprio questa: va alla radice di molti
equivoci e li estirpa, sposta il cuore dei problemi, da un groviglio
inestricabile di banalità a una nuova prospettiva, un modo di affrontare le
questioni che spiazza e ridisegna ogni barricata.
Sul finire del 2006, Jenkins
ha illustrato sul suo blog
otto caratteristiche fondamentali dello scenario dei nuovi media. Non un
campionario di strumenti e dispositivi, ma un insieme di pratiche e tratti
culturali che ritraggono come gli individui e le società si relazionano
ai mezzi di comunicazione.
E' interessante notare che nel dibattito nostrano questi 8 elementi sono sì
riconosciuti e accettati, ma il più delle volte in un'accezione triviale,
inquietante o stereotipata. Sono quindi un'ottima mappa per analizzare nel
dettaglio proprio il genere di equivoci che il libro aiuta a scacciare.
Secondo Jenkins, il panorama mediatico contemporaneo è:
1. Innovativo
Nessuno lo nega. La rapidità con la quale nuove tecnologie di comunicazione nascono,
mutano e si mescolano non è in discussione. Il più delle volte, però, l'estrema
velocità del processo è il pretesto per dire che nella fretta stiamo perdendo
qualcosa - i libri, le relazioni, la vita vera. I giovani navigano su Internet,
giocano alla Playstation, scaricano musica invece di sviluppare
interessi culturali. L'innovazione tecnologica ci arricchisce sul piano
materiale ma ci depaupera su quello umano, soprattutto se non ci dà il tempo di
digerire, riflettere, scegliere. Simili affermazioni partono da (pre)giudizi di
valore e molto di rado citano esempi chiari e concreti. Al contrario, questo
libro illustra centinaia di situazioni reali dove le novità tecniche stimolano
la creatività, aprono territori inesplorati, aumentano le opportunità espressive,
diversificano la produzione estetica. Forse è vero per qualsiasi epoca,
dall'invenzione della scrittura in avanti, ma ancor di più per quella che ci
troviamo a vivere, sempre più partecipativa, "a bassa soglia
d'accesso", con un forte stimolo a creare e condividere e la sensazione
diffusa che il proprio contributo "conti davvero qualcosa".
2. Convergente
Una delle tesi di questo libro è che la collisione tra diversi media, vecchi e
nuovi, sia più un bisogno culturale che una scelta tecnologica. Computer e
cellulari hanno accorpato molteplici funzioni e si sono trasformati in
telefono, televisione, stereo, fotocamera, tutto-in-uno. Eppure nessuno di
questi agglomerati ha sterminato i singoli avversari. Piuttosto sono i
contenuti della comunicazione che vengono declinati in ogni formato, per
potersi spostare da un mezzo all'altro e ricevere così un distribuzione sempre
più capillare e pervasiva. La stessa canzone trasmessa in radio diventa jingle
pubblicitario in televisione, file da condividere sul computer, colonna sonora
al cinema, videoclip su YouTube, suoneria del cellulare, slogan su una
maglietta. Non c'è un singolo attrattore, computer o cellulare che sia, capace
di trasformare ogni idea in un unico prodotto, fatto di immagine, suono, testo,
relazione. Al contrario ogni idea è capace di molte facce, per attirare su di
sé strumenti diversi e attraversarli tutti.
Da noi si parla molto più di convergenza tecnologica, di mostruosi cellulari
multifunzione, che di cultura transmediale. Quando poi lo si fa, l'attenzione
è sulla strategia delle multinazionali dell'intrattenimento, interessate a
"spostare" i loro contenuti, come caramelle da un distributore
all'altro. Nessuno ragiona sul fatto che lo stesso interesse è spesso
condiviso, sovvertito e praticato in maniera "illegale" anche dai
consumatori, che muovono storie, suoni e immagini da un territorio all'altro.
Nessuno accetta l'idea che questo andirivieni risponda anche
a un modello estetico, un nuovo modo di raccontare, informare, sabotare,
divertire. E' solo marketing. Se sei uno scrittore, devi scrivere un romanzo,
un libro fatto di carta. Tutto il resto - siti web, booktrailer, forum,
contenuti extra - è materiale promozionale, appendice spuria che puzza di
soldi.
3. Quotidiano
Anche in questo caso, dire che i media e le nuove tecnologie fanno parte della
vita quotidiana è discorso da autobus, a mezza via tra paura ed eccitazione,
schiavitù egiziana e terra promessa. Questa quotidianità ha come sottoprodotto
il famigerato multitasking,
lo stato di "attenzione parziale continuata" che in Italia è la
bestia nera di insegnanti, genitori e intellettuali gentiliani. Pochi ammettono
che si tratta di un'abilità necessaria per affrontare il nuovo ambiente:
mantenere un'attenzione diffusa e "a bassa intensità" su una
molteplicità di stimoli, per poi focalizzarla ad alta intensità quando uno di
questi stimoli si modifica in maniera significativa, ovvero ci avverte di
prestare "più attenzione". Il multitasking andrebbe insegnato a chi
non ce l'ha nel sangue, non bruciato sul rogo. Purtroppo da noi la caccia alle
streghe è sempre aperta e ben retribuita.
4. Interattivo
Grazie ai nuovi media, possiamo interagire più in profondità con suoni,
immagini, informazioni. Possiamo determinarne il flusso, scegliere in ogni
momento cosa vedere o ascoltare; possiamo archiviare contenuti, usarli in
contesti nuovi, modificarli. Spesso il dibattito su queste opportunità scivola
nello stallo tra chi sostiene che "tutto ormai si riduce a un mero taglia
e incolla" e quanti ritengono che la rielaborazione è alla base della
creatività. Oltre questo dilemma stantio, Jenkins mostra come l'abitudine a
(ri)appropriarsi di contenuti abbia riportato alla luce un magma di produzioni
amatoriali e creatività diffusa, forme di vita tipiche della
"vecchia" cultura popolare, che erano andate in esilio sotto terra
con l'avvento dei mezzi di comunicazione di massa.
5. Partecipativo
Fino a vent'anni fa la grande maggioranza del pubblico era soltanto
audience
e l'unico messaggio che poteva emettere si riduceva a una scelta binaria:
ascolto/non ascolto, consumo/non consumo. Oggi abbiamo a disposizione diversi
canali per far conoscere le nostre idee a una platea molto ampia. Certo non
basta aprire un blog o una pagina su myspace: si tratta di una competenza che
va appresa e affinata. Senza dubbio è un'abilità che fa la differenza in molti
ambiti lavorativi, e la farà sempre di più.
Purtroppo, invece di interrogarsi su come formare individui che sappiano
maneggiare certi strumenti, si preferisce evocare spettri. Ultimo esempio: la
"nuova" ondata di teppismo giovanile - subito definito cyberbullismo
- sarebbe partita da Internet, perché la possibilità di filmare le proprie
bravate, caricarle su You Tube e "diventare famosi", funzionerebbe da
incentivo. Stessa cosa per la pedopornografia e altre mostruosità: tra le righe
di inchieste in stile freak show, che accostano fatti e leggende,
esperti e ciarlatani, si insinua sempre il dubbio che aprire un sito e attivare
una rete di contatti sia troppo facile. Come dire che i circoli
neonazisti esistono perché purtroppo, in Italia, incontrarsi e costituire
un'associazione è un gioco da ragazzi. Così la diffusione libera e trasversale
di contenuti diventa di per sé un fenomeno da contenere, ridurre,
gestire. Salvo poi lamentarsi, alla prima occasione, del consumismo passivo di
certi adolescenti.
6. Globale
Le nuove tecnologie ci permettono di interagire in qualsiasi momento con
persone e situazioni, a prescindere dalla collocazione geografica. In Italia,
il più delle volte, questa constatazione serve a brandire la minaccia di
un'omologazione culturale sempre più forte. Il rischio esiste, senz'altro, ma
perché non puntare lo sguardo anche su altri scenari, ad esempio l'eventualità,
nient'affatto remota, che questa situazione faccia aumentare la
diversità culturale, come risposta al crescente bisogno di uscire dal
provincialismo e di costruirsi un'identità sempre più ricca e sempre nuova?
7. Generazionale
Tra "nativi" e "immigrati" dell'era digitale e
partecipativa ci sono attitudini molto differenti, approcci diversi agli stessi
media. Questo non significa che le comunità non possano confrontarsi ed
educarsi a vicenda. Troppo spesso si preferisce erigere steccati, insistere su
stereotipi come "i giovani sono tutti smanettoni" oppure "i
giovani chattano e basta" e via discorrendo. Si prende atto che per molti
aspetti il passaggio di conoscenze ed esperienze da una generazione all'altra è
saltato, dunque
andrà tutto in malora, e comunque "non c'è più niente da fare".
8. Ineguale
Quando in Italia si parla di "digital divide" lo si fa sempre in
termini tecnologici. Bisogna mettere i computer (e l'informatica) nelle scuole,
bisogna portare la banda larga ovunque, bisogna accendere hot spot
per la connessione wireless, e via dicendo. Fatto questo, il
baratro digitale sarà colmato. Come dire che l'analfabetismo è una questione di
diottrie. Alcune persone non sanno leggere perché gli occhi non gli funzionano
bene. Attivando un programma di "occhiali per tutti", il problema
sarà debellato. Purtroppo, l'analfabetismo non si sconfigge nemmeno insegnando
l'ABC, così come il "digital divide" non si elimina con i computer o
la banda larga e nemmeno insegnando a usare linguaggi di programmazione e HTML.
Certo, se uno ha due gradi di vista, prima di insegnargli a leggere dovrò
dargli gli occhiali. Certo, se uno non riconosce le lettere, deve imparare
l'ABC. Ma poi leggere e scrivere implicano una serie di competenze più
raffinate, così come far parte di una cultura partecipativa non è solo poter
navigare a 10 mega al secondo.
Il punto non sono le abilità cognitive. Un quindicenne apre un programma
qualsiasi, inizia a esplorarlo senza istruzioni e dopo qualche giorno lo
padroneggia. Suo nonno non è in grado di maneggiare uno stereo diverso da
quello che ha in casa e per usare la posta elettronica impiega una settimana di
titanici sforzi.
Il vero problema è che a parità di mezzi e di capacità tecniche, adolescenti
diversi si rapportano alla Rete secondo modalità molto diverse, tali da collocarli
su versanti opposti di un crinale sociale molto discriminante.
La proverbiale facilità con la quale i ragazzini utilizzano i nuovi media fa
credere a molti adulti che sia sufficiente fornire loro la tecnologia giusta
per trasformarli in cittadini della nuova società digitale. In ![]()
Il mito dell'adolescente in simbiosi con le macchine nasconde una realtà
variegata, dove moltissimi ragazzini che hanno il computer, la posta
elettronica e un software per scaricare musica, non sanno usare un motore di
ricerca per trovare informazioni, notizie, prodotti. Altri lo sanno usare ma
non sono in grado di selezionare, tra le tante risposte, quella che davvero gli
serve, e così desistono prima di aver trovato davvero quello che cercavano.
Altri ancora trovano ma non sanno di preciso cosa (un conto è copiare un
articolo di Wikipedia, un altro è capire che cos'è quella fonte, come funziona,
cosa implica).
Jenkins individua tre problemi nell'idea che gli adolescenti, usando Internet,
sviluppino da soli le competenze di cui hanno bisogno, così come da soli
diventano campioni di videogame o utenti di YouTube.
Il primo è un problema di partecipazione: non basta aprire una porta
perché le persone entrino. Per molti la
Rete è uno spazio importante, un'esperienza ricca di stimoli,
un mezzo da usare in maniera attiva; per altri resta un ambito residuale, poco
noto, limitato, da consumare in modo passivo e senza interazioni significative.
Il secondo è un problema di trasparenza, che si pone già per i media
tradizionali. Una qualsiasi notizia di solito è opaca rispetto a una serie di
caratteristiche cruciali: chi la diffonde, per quale pubblico, per quale
committente, con quali interessi, su quale sfondo ideologico. Allo stesso modo,
un articolo di Wikipedia non ci dice nulla sul sapere diffuso e l'intelligenza
collettiva, così come una canzone scaricata in maniera illegale non ci
interroga sui temi del diritto d'autore, il ruolo dell'artista, la diffusione della
cultura.
Il terzo è un problema etico, come evidenzia il cyberbullismo
di cui si parlava prima. Pochi osservano che il problema non è YouTube o le
potenzialità della Rete, ma il fatto che ancora non abbiamo sviluppato una
percezione etica chiara di quale sia la differenza tra fare uno scherzo a un
compagno di classe; fare uno scherzo e filmarlo; fare uno scherzo, filmarlo e
renderlo fruibile da chiunque.
Cultura
Convergente non si occupa di tematiche educative, ma è
comunque evidente in molte pagine lo stimolo ad elaborare e diffondere un nuovo
modello di alfabetizzazione mediatica. Ecco la quarta ragione che rende molto
importante l'edizione italiana di questo lavoro.
Nel nostro paese, inutile dirlo, i pochi programmi attivati su larga scala
riguardano la sicurezza.
Si cerca di istruire i ragazzi a difendere la propria privacy, a evitare
truffe, a filtrare comunicazioni e pubblicità indesiderate, a reagire in caso
di soprusi, tentativi di adescamento, raggiri. Inoltre, si fa informazione
rispetto ai reati che potrebbero commettere con pratiche largamente diffuse:
download di contenuti protetti, condivisione di file, pubblicazione di filmati.
Nessuno sembra capace di attivare un confronto sulle "competenze
digitali" che sempre più determinano la formazione sociale, culturale e
professionale degli individui. L'Età della Partecipazione, inaugurata dalla
Rete, è carica di promesse: cittadinanza attiva, consumo consapevole,
creatività diffusa, intelligenza collettiva, saperi condivisi, scambio di
conoscenze. Tuttavia, se ci si aspetta di vederla sorgere all'orizzonte come
un'alba scontata e inevitabile, si finirà per trasformarla nel suo contrario,
producendo una nuova, vasta massa di esclusi.
* Wu Ming 2 e Wu Ming 1, luglio 2007
- Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano, traduzione di Vincenzo Susca e Maddalena
Papacchioli, ISBN 978-88-503-2629-7, € 22
