Non sottomessi
Manifesto dei non sottomessi tratto dalla rivista Carta
Pubblichiamo il documento conclusivo dell’incotro mondiale dei circoli di lettura di Ivan Illich, probabilmente il più lucido studioso di critica allo sviluppo e di decrescita conviviale, incontro che si è svolto a Cuernavaca, in Messico, in dicembre. Il testo [tradotto da Elisa Frediani] è stato diffuso in Italia da Aldo Zanchetta [aldozanchetta@virgilio.it] che è intervenuto all’incontro.
«Celebrazione del risveglio. Manifesto politico dei non sottomessi»
È tempo di celebrazione. È giunta l’ora
del cambiamento e possiamo celebrare assieme il nostro risveglio e le capacità
che tra tutti e tutte possiamo mettere a disposizione. È tempo di celebrare la
nostra speranza.
Celebriamo il risveglio. Uno dopo l’altro i sogni spezzati sono diventati
incubi. I sogni dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, della crescita
economica, dello sviluppo e del progresso. I sogni della American way of life e
del capitalismo o del socialismo. Al risveglio l’orrore continuava ad essere
lì. Ciascuna delle calamità naturali che ci colpiscono e che sono in aumento
reca l’impronta di qualche irresponsabilità. Meno di cento persone possiedono
più ricchezze materiali di tutti gli altri abitanti del mondo messi insieme. E
continuano ad accumulare.
Il risveglio parte dal riconoscimento lucido, senza catastrofismi né riduzione
a spettacolo, del fatto che le istituzioni dominanti sono in crisi.
• I sistemi educativi espellono più gente di quanta ne assorbano, generano
spirito gregario, dipendenza e discriminazione e sminuiscono o dequalificano la
produzione autonoma del sapere. Non preparano né per il lavoro né per la vita.
I giovani “educati” dal sistema non troveranno certo l’impiego che sognavano: 7
su 10 non potranno mai lavorare nel settore per cui hanno studiato. E la
scuola, sradicandoli e assorbendo il loro tempo e la loro attenzione, impedisce
che imparino i saperi e le abilità che darebbero loro capacità di esistenza
autonoma.
• I sistemi sanitari fanno ammalare e discriminano, castigano la libertà
autonoma di guarire e incrementano assuefazioni e dipendenze che non possono
soddisfare.
• I sistemi di comunicazione isolano, separano, manipolano e puntellano
meccanismi di controllo castranti.
• I sistemi politici sono la negazione della democrazia, avvolgono di illusioni
la struttura di dominazione e stimolano libertà che rendono schiavi, che
generano prigionieri della dipendenza o dell’ invidia, e nello stesso tempo
legano mani, piedi e lingue e tappano narici, orecchi e occhi, per negare la
violenza e il caos che in questo modo propiziano e per impedire iniziative.
Il risveglio ci permette anche di contare le nostre benedizioni. Ci sono ancora
nelle città iniziative che ordiscono un tessuto di reciproco aiuto. Intere comunità
vivono radicate nelle proprie tradizioni millenarie, nelle quali l’acqua è
ancora considerata sacra e tutti hanno libero accesso ad essa secondo le regole
proprie di un ambito comunitario. Da essi traggono ispirazione coloro che sono
fuggiti verso il futuro, con la modernità. Per rimpiazzare gli spazi pubblici
di oggi, impersonali e astratti, creano ambiti comunitari che raccolgono ed
esprimono lo spirito del luogo. In queste sacche di resistenza le persone
prendono nuovamente nelle proprie mani le decisioni che influenzano la loro
vita e percorrono di nuovo le proprie strade.
Sappiamo che queste e molte altre benedizioni potrebbero scomparire. Ma è
motivo di celebrazione constatare che l’impegno per salvarle sta crescendo fra
i non sottomessi, i ribelli, gli scontenti o fra i cosiddetti poveri, che sono
la maggioranza. Sanno che la guerra incessante scatenata contro di loro può
privarli di sussistenza autonoma e condannarli alla miseria dipendente. Sanno
anche che l’ondata devastatrice dell’avido sistema annienterà ogni impegno
isolato. Per questo, organizzati per resistere, oggi trasformano la loro
resistenza in lotte di liberazione. Fermi nella dignità dei propri ambiti,
costruiscono catene di fiducia e solidarietà e coalizioni coi molteplici “noi”
delle varie sacche di resistenza. Si costituiscono così reti di protezione che
riflettono l’ampliarsi della dignità di ciascuno e delle sue relazioni con gli
altri e con la natura e si trasformano passo a passo nel sostegno del mondo che
stanno così re-inventando.
Le crisi hanno effetti drammatici sulla vita quotidiana, però rappresentano
anche l’alba di una liberazione rivoluzionaria, che favorisce l’emancipazione
dalle istanze che mutilano le libertà. Rivelano la natura e le debolezze del
sistema dominante. Il capitale, ad esempio, ha più appetito che mai, ma non lo
stomaco per digerire tutti quelli che vuole controllare.
L’equità e la libertà sono del tutto illusorie se la società si organizza
intorno alle automobili e alle scuole e mantiene al centro della vita sociale
lo sviluppo della sfera economica. Per sottrarsi alle crisi periodiche, frutto
della voracità e dell’ incompetenza, e ai danni causati dalla crescita
economica, è giunta l’ora di proporsi la riduzione calcolata dell’economia
ufficiale, ridimensionando la sfera che cresce come un cancro e favorendo la
spansione della sussistenza autonoma. Nel porre di nuovo la politica e l’etica
al centro della vita sociale, subordinando ad esse l’attività economica, si
sostituisce l’ossessione per la crescita economica con la visione di una
società conviviale che garantisce a ciascuno libero accesso agli strumenti
comunitari, il cui utilizzo vede come unica restrizione il non danneggiare la
libertà di accesso degli altri.
Celebriamo la maturità tecnologica alla quale siamo arrivati. Sulla base dei
mezzi tecnici attualmente disponibili tutti gli abitanti del mondo possono
crearsi una vita buona, nei termini in cui in ogni luogo e in ogni cultura si
definisce la buona vita. Ogni persona potrebbe avere accesso in misura
sufficiente al cibo, al vestiario e all’ abitazione, se quei mezzi, alla
portata di tutti e tutte, vengono impiegati in forma economicamente fattibile,
socialmente giusta ed ecologicamente sensata, al di là delle ideologie
fallimentari che hanno dominato il secolo XXesimo e del sistema la cui agonia
semina ancora instabilità e caos.
L’ espansione della dignità è una sfida radicale ai sistemi esistenti, poiché
l’autonomia creatrice scalza alla radice le strutture su cui è basata la
dominazione. Le reazioni tendono ad essere violente e distruttrici e la
trasformazione stessa impone sacrifici e sforzi Sappiamo, inoltre, che
rinunciare a miraggi e illusioni che offrono sicurezza e comodità e resistere
alla pressione castrante del sistema non è facile. Però le difficoltà che
intravediamo non ci fanno arretrare. Svegliarsi vuol dire anche recuperare la
condizione umana e l’arte di soffrire, godere e morire di cui facciamo tesoro,
trasformando il nostro scontento in affermazione dell’ arte di vivere con
dignità.
Le crisi attuali sono tutte crisi di grandi dimensioni, perché le attività
economiche e politiche hanno oltrepassato la scala umana. Sono prodotto
dell’arroganza e attirano il loro stesso castigo. Con la piena coscienza dei
limiti naturali e sociali, al fine di combattere contro la scala oceanica delle
grandi potenze nazionali e dei mercati comuni, si può costruire una rete di
argini vernacolari fra loro interconnessi, entro i quali operino forme di
scambio locale molto autosufficienti. In essi non potranno aver luogo le ondate
devastatrici che caratterizzano gli avvenimenti odierni.
Questi argini cominciano a riflettere la misura in cui si recupera il senso
della proporzione, il senso che si ha della comunità, il che rende possibile
l’autonomia creatrice e la libertà e può dare alla democrazia un senso di
realtà. La democrazia non può stare se non nel luogo in cui la gente sta.
La vivono e la esprimono uomini e donne comuni che definiscono liberamente,
nelle loro assemblee autonome, i problemi che li riguardano.
Nominare l’ intollerabile, in un mondo che comincia a mostrarsi disperato, è
già in sé la speranza. Se consideriamo qualcosa intollerabile, si deve fare
qualcosa. Per questo la speranza è l’essenza dei movimenti popolari. Nel riscoprirla
come forza sociale si dischiude la possibilità del cambiamento.
La speranza non deve essere vista come la convinzione che accadrà ciò che
concepiamo, alla maniera delle predizioni convenzionali che generano attese
illusorie. È la convinzione che qualcosa ha senso, indipendentemente da ciò che
accadrà. Per questo la pura speranza risiede come prima cosa, in forma
misteriosa, nella capacità di nominare l’intollerabile, una capacità che viene
da lontano e rende inevitabili la politica e il coraggio che proteggono le
nostre benedizioni, le coltivano e le fanno fiorire. Invece di restare in
attesa o riporre la speranza in miraggi, siamo in movimento, sganciandoci a
poco a poco da ciascuno dei sistemi che ci rendono schiavi e ci sminuiscono per
costruire in libertà un mondo nuovo, in cui siano contenuti i molti mondi che
noi siamo.
Non accettiamo di venire ridotti ad atomi di categorie astratte, pure
particelle omogeneizzate che ballano al ritmo dei sistemi nei quali si vuole
integrare quegli individui ossessionati dal possesso in cui il capitale cerca
di trasformare tutti e tutte. Nelle nostre sacche di resistenza ci consolidiamo
nell’ amicizia, come malta che forma nuovi ambiti comunitari. In essi è
possibile prendere le distanze dagli strumenti materiali e sociali che rendono
schiavi, per organizzare in allegria la società che immaginiamo, al di là di
ogni ingegneria sociale e di ogni impegno pianificatore capitalista o
socialista.
È giunta l’ora di celebrare la capacità di dare alla nostra realtà di oggi la
forma del domani, ben ancorata in un passato che continua ad essere fonte di
ispirazione.
Sottoscritto il 5 dicembre 2007 dai partecipanti all’incontro “La convivialità
nell’era dei sistemi”, organizzato in omaggio a Ivan Illich nel quinto anniversario
della morte. È un manifesto aperto ad altri ed altre che condividano queste
idee, comportamenti e speranze e la decisione di promuovere i cambiamenti e le
proposte in esso auspicate.
