prima che la chiamassero decrescita

Published on 05/13,2007

 

 

Prima che il termine Decrescita diventasse  di uso e abuso comune, scrivevamo questa lettera al settimanale Carta:

 

.CARA CARTA, sono un tuo buon lettore, fin dal primo numero, ma ci ho messo "un poco" a scriverti, diciamo fino all'articolo di Bifo, uscito qualche numero fa. Mi chiamo Renato e vivo con la mia compagna Manù in un vecchio borgo abbandonato del ponente ligure. Pratico/pratichiamo da anni quella che Bifo definisce sottrazione: cioè un percorso di fuoriuscita dal "circuito delle merci" sia come produttori che come consumatori, fuoriuscita parziale e contradditoria certo, ma che pensiamo non sia solo una piccola rivolta esistenziale personale ma un gesto collettivo di antagonismo allo "stato delle cose presente". Infatti non siamo certo i soli: una moltitudine di comunità, coppie, singoli si è sottratta andando a vivere nei luoghi abbandonati dal moderno, è una storia che inizia proprio intorno al '77 al Monte Peglia, a Gran Burrone, all'Acqua Cheta.

Facciamo parte di un Piccolo Popolo di contadini e artigiani manuali, con poca terra e pochi manufatti, che coltiva e lavora per la propria autosufficenza usando metodi antichi e innovativi allo stesso tempo [Fukuoka, orticoltura, sinergica, permacultura], che pratica l'autogestione della salute [studiando le erbe, le loro proprietà, curando con attenzione l'alimentazione eccetera] rispettando la Madre Terra e tutti quelli che noi chiamiamo i "Nostri Parenti": quelli che volano, strisciano, camminano, guizzano, affondano radici e immobili ci guardano.

Non siamo certo eremiti e buoni selvaggi mattacchioni: se in questo mondo globalizzato la merce ha sussunto ogni attimo della vita 24 ore su 24 per 365 giorni l'anno, se tutto è ridotto a merce, il gesto più radicale è non produrre e non consumare. Forse ne abbiamo eroso il potere al 50 per cento, ma questo basta a sballare i conti, a confondere i manovratori. Farsi il pane, coltivare il proprio cibo, raccogliere le erbe per le pomate, andare alla sorgente per bere acqua pura non sarà un gesto rivoluzionario ma trasforma un mero gesto di acquisto in un momento pieno di vita, se non in una festa collettiva.

Potrei parlarvene per ore e giorni ma non basterebbe, quindi perché non buttate lo sguardo su questo, che è uno dei tanto mondi possibili? Noi pensiamo che nel mondo che ci auguriamo verrà non ci saranno così tante cose, oggetti, merci come in questo, anche perché pensiamo che nessuno di noi sogni una vita a "produrre cose", quindi ci proviamo a vivere con il poco. Non ci sarà l'abbondanza dell'inutile a basso costo: quindi rispettiamo e non sprechiamo né il cibo né le cose, e per questo facciamogli artigiani manuali e creativi: perché ogni oggetto ha un suo valore e una sua storia e questo trasforma il lavoro in piacere.

Certo le nostre case sono quelle che sono, laviamo i piatti con la cenere e a volte siamo un po' isolati, ma forse varrebbe la pena che tanti Disobbedienti venissero a praticare l'austera semplicità delle nostre giornate, tanti portavoce venissero ad ascoltare la polifonia dei linguaggi della Terra, e dopo tanto camminare domandando si fermassero a conoscere il territorio dove abitano e imparassero a ri/abitarlo. Noi non facciamo assemblee perché parliamo nel cerchio dove tutti hanno diritto di parlare e di essere ascoltati e dove nessuno interrompe l'altro, pratichiamo lo scambio, il dono e il lavoro comune quando occorre, e le nostre case sono aperte alla condivisione del cibo, dei saperi e dei sogni, in tolleranza e reciproco rispetto.

Un abbraccio a tutti, siete la nostra finestra sul mondo.

Selvatici

 

Poi la risposta di Bifo…

 


LE LETTERE di Renato e di Ferruccio non parlano di una questione marginale, ma della strategia di sopravvivenza e di evoluzione che stiamo tutti cercando. Durante buona parte del ventesimo secolo la strategia che guidava i movimenti consisteva nell'opporsi al potere e puntare a sovvertirlo per instaurare un nuovo sistema sociale fondato sull'uguaglianza. Ha funzionato, o non ha funzionato? Non possiamo rispondere in maniera univoca. Il movimento rivoluzionario ha permesso ai lavoratori di tutta la terra di ottenere condizioni di lavoro e di salario migliori, servizi sociali, istruzione di massa, pensione, sanità pubblica. Tutto questo è stato possibile perché il movimento operaio ha costantemente tenuto il fucile puntato contro i capitalisti. Solo così, in una dinamica di conflitto, di autonomia e dipendenza reciproca tra capitale e lotte operaie la democrazia è stata possibile. In una parte del mondo il movimento operaio si è consolidato in forma di potere statale, ma il socialismo realizzato ha bloccato e cristallizzato la dinamica capitale-lavoro e ha dato vita a società autoritarie, statiche, rigide, oppressive, chiuse, paranoiche.

L'evoluzione sociale ha avuto un carattere positivo, potremmo dire, fin tanto che si è mantenuta una interazione conflittuale e dinamica tra lavoro e capitale. Quando questa dinamica si è cancellata, quando uno dei due poli ha cancellato l'altro, sono cresciute forme mostruose. Il socialismo autoritario è stato una forma mostruosa, ma ancor più mostruoso rischia di essere il potere del capitalismo globale: impoverimento assoluto di una maggioranza della popolazione planetaria, sfruttamento senza limiti di tempo né di spazio, terrore militare, devastazione dell'ambiente e della psicosfera. Durante gli anni ottanta l'offensiva capitalistica ha modificato le forme di produzione in maniera così profonda che il movimento operaio ha perduto gran parte della sua capacità di difesa. E il neoliberismo ha scatenato un processo di devastazione che sembra incontenibile.

Urge dunque una nuova strategia. Negli ultimi anni abbiamo visto nascere esperienze originali, ma non ancora una strategia compiuta di autonomia della società dal capitale, di conflitto e di co-evoluzione. Le esperienze di cui voi parlate, per quanto possano apparire marginali, sono espressione di una tendenza che ha valore strategico: è quella che io definirei la strategia della sottrazione. Essa consiste nel creare ambiti di autonomia esistenziale, produttiva, culturale che si collegano tra loro subendo il meno possibile il ricatto economico del potere. Queste esperienze sono spesso legate alla costruzione di territori, forme abitative, spazi urbani o extra-urbani che difendono nei limiti del possibile la propria indipendenza dalla società del capitale.


Il "lavoro cognitivo"

È un percorso essenziale, ma di per sé non è sufficiente, perché gli effetti del potere capitalistico sono pervasivi, non rispettano nessun limite, e procedono verso la devastazione delle condizioni stesse della sopravvivenza umana. Sottrarsi è necessario, ma non basta. Come possiamo sottrarci se ci avvelenano l'aria, l'acqua, se ci bombardano sul piano psichico, mediatico e militare? C'è dunque un altro piano dell'azione che a mio parere è essenziale: è quello dell'autorganizzazione del lavoro cognitivo. Il lavoro cognitivo [scientifico, tecnico, progettuale, terapeutico, formativo] è la sezione decisiva nel processo produttivo del nostro tempo. Soltanto se le varie funzioni del lavoro cognitivo [progettazione, invenzione, comunicazione] sapranno liberarsi dalla regola del profitto diverrà possibile riattivare un'evoluzione positiva, uscire dal disastro. Questa sezione del lavoro produttivo ha cominciato negli ultimi anni a rivendicare la propria autonomia, ma ancora lo fa in maniera frammentaria: il movimento degli ultimi anni è indissociabile dall'attivazione di una rete globale dei saperi e dell'informazione, e ha come finalità principale l'accesso diretto al sapere e alle tecniche.

Sottrazione della vita quotidiana, e autonomia produttiva del lavoro cognitivo.Queste sono le due gambe su cui cammina la nostra speranza, attualmente. Però capisco benissimo Ferruccio, quando dice: "ragazzi sono pessimista". Anche io sono pessimista, perché ho la sensazione che i tempi della devastazione capitalista siano molto più rapidi dei tempi di autorganizzazione del lavoro cognitivo, e perché ho la sensazione che alcune delle devastazioni che il capitalismo sta producendo abbiano un carattere di irreversibilità. La devastazione ambientale ha caratteri di irreversibilità, soprattutto quando vengono introdotti nell'ambiente elementi di mutazione biogenetica. E ha caratteri di irreversibilità la devastazione mentale prodotta dai Monopoli della Mente, Murdoch, Mediaset, Microsoft, AolTIme Warner, e compagnia psico-inquinante.

Anche io penso talvolta che siamo ormai fuori tempo massimo, i processi di devastazione sembrano troppo diffusi troppo avanzati troppo rapidi per poterli fermare, per poterli invertire. Sembra di essere entrati in una fase paradossale, nella quale le forze della distruzione sopravanzano enormemente le forze della creazione pacifica, eppure il potere distruttivo si alimenta proprio della forza invenzione che proviene dalla società. Perciò il pessimismo è comprensibile, è comprensibile anche la disperazione. Ma la forza decisiva della storia è sempre stato l'imprevedibile. E la forza invenzione [di cui il lavoro cognitivo è portatore] produce essenzialmente discontinuità. E allora che altro possiamo fare se non vivere come se il mondo non esistesse, e agire come se tutto fosse ancora possibile? E ricordare che "Il discepolo zen a cui sia stato assegnato un paradosso deve lavorare al suo compito come una zanzara che morde una sbarra di ferro".

Bifo

 

 

 

 


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