Utopia
Per un giorno tace la sarabanda della politica, e mi resta una immagine sbiadita e sciapa della parola, che per molti dei miei anni ha coinciso con l’agire, con la pratica militante, con l’elaborazione teorica collettiva, frutto di scelte etiche, esistenziali e culturali.
Ma a dirla tutta inseguivamo una nostra “utopia”, individuale e collettiva.
Non c’è nessuna utopia nella politica di questi anni, nessun territorio comune dove tutto è possibile... ciascuno si è come ritirato in un territorio dal quale tutto appare impossibile.
Hannaah Arend diceva che l’agire politico è un inizio che interrompe e contraddice processi automatici ormai consolidati, ma adesso mi sembra che l’agire politico non possa avvenire attraverso il linguaggio delle ideologie o nelle pratiche di protesta, di rivendicazione o scontro ma nelle strategie di “fuoriuscita” dal circuito delle merci,un poco simile a quello praticato dalla mia generazione a metà degli anni 70 che invase e ribaltò la concezione di lavoro precario in uno strumento di non dipendenza dall’ideologia del lavoro fisso e stabile con pensione assicurata. Sempre in quegli anni una piccola tribù variegata e immaginifica individuò nel “ritorno alla Terra” il sentiero collettivo da percorrere.
La politica, allora assumeva il linguaggio dell'agire quotidiano, del qui e subito ma anche diveniva teritorio dell'esodo, della fuga che è il diritto primario di ogni prigioniero, abbandonava lo scontro frontale con "lo stato presente delle cose " e si spostava sulle frontiere dell'utopia praticabile sparigliando l'alfabeto come nella canzone di Claudio Lolli (..il lavoro l'ho chiamato piacere...)
(piedi che camminano seguendo i sentieri di utopia)